
Triage e stabilizzazione d’emergenza
Il primo intervento deve mirare alla riduzione dello stress da cattura, che può essere fatale. Il protocollo iniziale prevede il posizionamento in un ambiente buio, silenzioso e riscaldato (28-30°C).
Un parametro di grande utilità per la prognosi è la palpazione dei muscoli pettorali, ai lati della carena dello sterno. Se ben sviluppati, significa che il colombo presenta una patologia acuta (presumibilmente un trauma), con una prognosi potenzialmente favorevole. Uno stato di cachessia indica una patologia di lunga durata, probabilmente arrivata alle fasi finali, con scarse possibilità di recupero. Durante la visita non si deve mai dimenticare di osservare il cavo orale, per la presenza di lesioni vaiolose o da tricomoniasi.
I pazienti critici che presentano emorragia, difficoltà respiratorie, gravi segni neurologici o grave debolezza vanno stabilizzati seguendo queste indicazioni.
- Bloccare il sanguinamento: gli uccelli coagulano rapidamente e in genere una compressione per qualche minuto ed eventualmente una fasciatura è sufficiente a fermare un’emorragia.
- Calore e ossigeno: posizionare l’uccello in un’incubatrice calda e ossigenata, idealmente mantenuta a 30-32°C .
- Fluidi: si presuppone che i piccioni recuperati e malati siano disidratati almeno al 5%. I fluidi sottocutanei (Ringer Lattato o NaCl 0,9%) vengono somministrati con una linea guida generale di 50 ml/kg due volte al giorno per 1-2 giorni. Si somministrano nella piega inguinale o, nei casi critici, tramite catetere intraosseo nell’ulna distale o nel tibiotarso prossimale, in anestesia gassosa.
- Analgesia: somministrare analgesici come meloxicam (2 mg/kg PO o IM q12h) o buprenorfina (0,25–0,5 mg/kg IM q2-5h) per la gestione del dolore in caso di traumi, ferite e fratture.
- Antibiotici: prendere in considerazione la terapia antibiotica, soprattutto nei casi di trauma o sospette infezioni.
- Supporto nutrizionale: fornire supporto nutrizionale appropriato alle condizioni del paziente, una volta corretta la disidratazione e l’ipotermia. Si possono utilizzare alimenti per l’imbecco dei pulli di pappagallo o, per brevi periodi, una pappa multicereali per bambini, tramite sondino nel gozzo.
Patologie infettive più comuni
Tricomoniasi
La trichomoniasi (causata dal protozoo flagellato Trichomonas gallinae), è una patologia molto frequente nei piccioni selvatici. Causa la formazione di spesse placche di materiale caseoso orofaringeo o esofageo. La diagnosi si effettua tramite striscio a fresco del materiale diluito in soluzione fisiologica, osservando i trofozoiti flagellati mobili. Il trattamento d’elezione prevede l’uso di metronidazolo (25-50 mg/kg PO q12-24h per 5-7 giorni) oppure una singola somministrazione di carnidazolo (20-30 mg/kg). È fondamentale non rimuovere forzatamente le placche per evitare emorragie fatali dei vasi sottostanti. Nelle forme gravi l’estensione delle placche può impedire il passaggio del cibo attraverso l’esofago, rendendo necessario l’uso del sondino per l’alimentazione assistita.
Malattia di Newcastle
Il Paramyxovirus di tipo 1 (PPMV-1), agente della malattia di Newcastle, è molto diffuso e altamente contagioso. I segni clinici includono torcicollo, atassia, paralisi, difficoltà respiratoria, poliuria e diarrea verdastra. Non esiste una terapia antivirale specifica; la gestione è puramente di supporto e richiede un isolamento rigoroso. Studi recenti suggeriscono che l’integrazione con complessi vitaminici del gruppo B e l’alimentazione assistita possano migliorare la prognosi nei soggetti con ceppi meno virulenti, sebbene la mortalità rimanga elevata.

Alterazioni neurologiche (torcicollo) in un piccione con sospetta malattia di Newcastle
La valutazione prognostica dell’infezione da Paramyxovirus nel piccione (Pigeon Paramyxovirus type 1, PPMV-1) richiede una distinzione netta tra sopravvivenza clinica e recupero funzionale ai fini del rilascio in natura. La mortalità nelle popolazioni non vaccinate può essere estremamente elevata, oscillando tra il 10% e il 90% a seconda della virulenza del ceppo e dello stato immunitario del soggetto.
Nella fase acuta, che si manifesta nei primi sette-dieci giorni, la morte sopraggiunge spesso per gravi squilibri elettrolitici dovuti alla poliuria massiva o per insufficienza multiorgano legata al tropismo viscerale del virus. Se il paziente supera questa finestra critica entrando nella fase neurologica cronica, le probabilità di sopravvivenza aumentano significativamente, a patto che venga garantito un supporto nutrizionale e idrico intensivo. I piccioni colpiti perdono spesso la capacità di alimentarsi autonomamente a causa di torcicollo, atassia e tremori intenzionali, rendendo indispensabile l’alimentazione forzata.
Il recupero neurologico è un processo lento che può richiedere dalle sei alle dodici settimane. In questo arco di tempo, il sistema nervoso degli uccelli mostra una discreta capacità rigenerativa, e una percentuale stimata tra il 50% e l’80% dei soggetti che superano la fase acuta può tornare a una gestione autonoma delle funzioni vitali di base. Tuttavia, molti sopravvissuti mantengono sequele neurologiche latenti. Anche se l’animale appare asintomatico in condizioni di riposo, situazioni di stress, sforzo fisico o fame possono riattivare deficit motori o torsioni del collo che lo renderebbero una facile preda o incapace di competere per le risorse nel contesto urbano. Si ritiene che se i segni neurologici persistono oltre i tre mesi, il danno sia da considerarsi permanente. Questi soggetti possono avere un’ottima qualità di vita come animali da compagnia.
I soggetti sopravvissuti possono eliminare il virus attraverso le feci e le secrezioni respiratorie per un periodo che varia dai due ai sei mesi, rappresentando un rischio costante per altri volatili, rendendo necessario il loro isolamento dai soggetti sani.
Clamidiosi
In Italia tra i piccioni selvatici è molto diffusa la clamidiosi (Chlamydia psittaci), con un’elevata percentuale di portatori asintomatici con diffusione del batterio tramite secreti ed escreti. I sintomi (aspecifici) comprendono scolo oculare e nasale (spesso con congiuntivite), diarrea verdastra, letargia, piumaggio arruffato e perdita di peso. Nell’uomo nella maggior parte dei casi l’infezione decorre con sintomi analoghi a una comune influenza. Data la sua natura zoonotica, nei casi sospetti è essenziale adottare misure di biosicurezza rigorose (mascherine FFP3 e guanti). Il protocollo standard prevede la somministrazione di doxiciclina (25 mg/kg PO q12h, o 75-100 mg/kg IM q5-7 giorni), per un ciclo prolungato di 45 giorni per garantire l’eliminazione del patogeno.
Vaiolo
Il vaiolo dei piccioni è una patologia virale a diffusione lenta, sostenuta da un virus a DNA a doppio filamento appartenente al genere Avipoxvirus, famiglia Poxviridae. Il virus è molto resistente nell’ambiente. Può manifestarsi in forme cliniche che vanno da lesioni cutanee autolimitanti a gravi forme sistemiche potenzialmente letali. Il virus è trasmesso principalmente da vettori ematofagi come le zanzare o tramite contatto diretto con superfici contaminate (posatoi, mangiatoie).
La patologia si presenta principalmente in due varianti (forma cutanea e forma difterica) che possono talvolta coesistere nello stesso individuo, e in una più rara forma setticemica.
- Forma cutanea (vaiolo secco). È la presentazione più comune, caratterizzata dallo sviluppo di noduli crostosi, simili a verruche, sulle aree prive di piume come il contorno degli occhi, la base del becco, le zampe e la zona peri-cloacale. Queste lesioni iniziano come piccole papule giallastre che possono diventare voluminose formazioni esofitiche e successivamente diventano croste scure, facilmente sanguinanti se manipolate.
- Forma difterica (vaiolo umido). Coinvolge le membrane mucose del tratto respiratorio superiore e digerente, portando alla formazione di placche caseose biancastre o giallastre in bocca, gola e seni paranasali. Questa forma è significativamente più grave, poiché può causare dispnea, disfagia e morte per soffocamento o inedia.
- Forma setticemica. Più rara nei piccioni rispetto ad altre specie come i canarini, si manifesta con depressione acuta, anoressia e decesso rapido a causa del coinvolgimento di organi interni come fegato e polmoni.
La diagnosi presuntiva si basa sull’aspetto delle lesioni, soprattutto nella forma cutanea. Ma nella forma umida le lesioni possono essere confuse con candidosi o tricomoniasi. Il gold standard istologico prevede l’identificazione dei corpi di Bollinger, ovvero inclusioni citoplasmatiche eosinofile patognomoniche all’interno delle cellule epiteliali iperplastiche. È possibile anche la diagnosi tramite PCR.
Trattamento
L’uso di acyclovir non si è dimostrato efficace, e non esistono dati per altri antivirali reperibili in commercio. Per prevenire infezioni batteriche opportunistiche si può effettuare una terapia antibiotica. Le croste cutanee non devono mai essere rimosse forzatamente per evitare la diffusione locale del virus, ma possono essere trattate con soluzioni antisettiche come lo iodio-povidone.
È utile effettuare un supporto nutrizionale. L’integrazione con vitamina A può favorire favorire la rigenerazione degli epiteli danneggiati.
Parassitosi
L’infestazione da parassiti è praticamente la norma nei piccioni selvatici, pertanto l’applicazione di uno spray antiparassitario (piretrine) e l’esame delle feci dovrebbe essere parte integrante del protocollo di triage per ogni soggetto recuperato.
Parassiti esterni
La mosca del colombo (Pseudolynchia canariensis) è un dittero ematofago che non causa solo fastidio e anemia nei nidiacei fortemente infestati, ma è il principale vettore di Haemoproteus columbae, un protozoo ematico che può causare gravi emolisi. Una volta scoperta la mosca tende a volare via, pertanto occorre trattare subito il piccione con uno spray al piretro prima che si allontani dall’animale.
Per il trattamento si può utilizzare l’ivermectina: una goccia della formulazione allo 0,1% applicata sulla cute della nuca (spot-on) o somministrata per via orale al dosaggio di 0,2-0,4 mg/kg è solitamente risolutiva. In caso di infestazioni massive, si può ricorrere a polveri o spray a base di piretrine naturali, prestando attenzione a non nebulizzare direttamente sulle mucose o negli occhi del paziente. Questo tipo di trattamento permette un abbattimento pressoché immediato della carica parassitaria.
Argas reflexus, comunemente nota come la “zecca dei piccioni“, è un parassita nidicolo e notturno che si nutre rapidamente (in circa 20-30 minuti) per poi abbandonare l’ospite e rifugiarsi nelle fessure dei muri o del nido. Per questo motivo è raro rinvenire la zecca direttamente sul corpo del colombo durante le ore diurne, a meno che non si tratti di un’infestazione massiva di larve, che possono rimanere attaccate per diversi giorni. Il segno clinico principale è un’anemia di grado variabile, accompagnata da forte prurito e irrequietezza. Nei nidiacei, la perdita ematica può essere talmente severa da indurre morte per shock ipovolemico o arresto della crescita. Inoltre, queste zecche sono vettrici di patogeni come Borrelia anserina e possono trasmettere emoparassitosi che complicano il quadro sistemico del paziente ferito o già debilitato. Il trattamento si può effettuare con ivermectina allo 0,1% in formulazione spot-on (una goccia sulla cute della nuca) o per via orale (0,2-0,4 mg/kg). Singole zecche possono essere asportate con una pinzetta.
Raramente, nei piccioni si possono rinvenire altre specie di zecche, con uguale trattamento.

Argas reflexus

Infestazione da zecche in un piccione
Parassiti interni
Oltre alla trichomoniasi, già discussa, la coccidiosi causata da diverse specie di Eimeria rappresenta una delle principali cause di enterite e debilitazione. I segni clinici includono diarrea acquosa, spesso emorragica nei casi più gravi, e un rapido deperimento organico. Altrettanto comuni sono le infestazioni da nematodi, in particolare Ascaridia columbae e Capillaria spp., che possono causare occlusioni intestinali o gravi infiammazioni della mucosa esofagea e del gozzo.
La diagnosi si esegue tramite l’esame coprologico per flottazione, che permette di identificare le oocisti di coccidi e le uova dei parassiti polmonari o intestinali. Per la capillaria, può essere utile anche uno striscio a fresco del contenuto del gozzo, poiché alcune specie si localizzano in questo distretto. Il protocollo terapeutico per i coccidi prevede l’utilizzo di toltrazuril al dosaggio di 7-15 mg/kg per via orale per 2-3 giorni consecutivi. Per i nematodi, il fenbendazolo è estremamente efficace alla dose di 20-50 mg/kg per via orale, da ripetere dopo 10-14 giorni per coprire il ciclo biologico dei parassiti.

Coccidi di piccione

Uovo di capillaria
Ferite da proiettile
I traumi da proiettile (generalmente pallini di carabina ad aria compressa o piccoli calibri da caccia) sono purtroppo frequenti. Questi traumi non causano solo lesioni meccaniche dirette, ma determinano un massiccio trasferimento di energia cinetica ai tessuti circostanti, provocando zone di necrosi da cavitazione che spesso non sono visibili immediatamente. Ricordiamo che sparare ai piccioni è reato.
L’esame radiografico in doppia proiezione (ortogonale) permette di localizzare il proiettile e valutare l’entità dei danni scheletrici o il coinvolgimento dei sacchi aerei e degli organi celomatici. Un aspetto clinico spesso trascurato è il rischio di tossicità da piombo (saturnismo). Se il proiettile è localizzato in un ambiente acido come il proventricolo o il ventriglio il rilascio di sali di piombo nel circolo sistemico è rapido e porta a gravi segni neurologici, gastrointestinali ed ematologici. In questi casi, la misurazione dei livelli ematici di piombo e l’inizio di una terapia chelante con EDTA (30-50 mg/kg IM BID) sono prioritari rispetto alla rimozione chirurgica.
Le ferite da proiettile sono per definizione contaminate. Il piumaggio viene spesso trascinato all’interno del canale del proiettile, fungendo da nido d’infezione. Si estrae dalla ferita il materiale estraneo e si asportano eventuali tessuti necrotici. Successivamente si lava con soluzione fisiologica o Ringer lattato tiepidi, addizionati con clorexidina allo 0,05%. La copertura antibiotica deve essere ad ampio spettro. Come prima scelta si possono utilizzare l’associazione amoxicillina – acido clavulanico (125-150 mg/kg q12h) o l’enrofloxacina (15-20 mg/kg q12-24).
La decisione di rimuovere chirurgicamente un proiettile non è sempre scontata. Se il pallino è incapsulato in una massa muscolare e non interferisce con la meccanica del volo o con strutture nervose e vascolari, il rischio chirurgico della rimozione può superare il beneficio. Al contrario, l’intervento è obbligatorio se il proiettile si trova all’interno di un’articolazione, nel lume di un organo cavo o se causa una compressione midollare o nervosa. Nei casi di fratture comminute provocate dall’impatto, la stabilizzazione deve essere immediata, tramite fissatori esterni leggeri che permettano il trattamento delle ferite cutanee sottostanti.
Fratture

Frattura della zampa trattata con una fasciatura rigida
Le fratture delle ali e degli arti inferiori sono estremamente comuni. Le ossa dei colombi sono fragili e soggette a fratture comminute. Le cause più comuni sono le armi da fuoco e gli impatti. L’esame radiografico prevede, come per cani e gatti, l’esecuzione di due radiografie in proiezione ortogonale. L’esame radiografico può essere eseguito in anestesia tramite induzione diretta con isoflurano oppure con una sedazione iniettabile. Un protocollo consiste nell’impiego della combinazione di butorfanolo (2 mg/kg IM) e di midazolam (4 mg/kgIM). Il midazolam può essere antagonizzato con il flumazenil (0,05 mg/kg IM).
Per la stabilizzazione temporanea si impiegano delle fasciature che immobilizzino l’arto. Tuttavia, per garantire il ritorno al volo selvatico, le fratture dei segmenti delle ali spesso richiedono la fissazione chirurgica mediante chiodi intramidollari combinati con fissatori esterni. Le fratture coracoidee o della clavicola spesso guariscono con il solo riposo in gabbia per 2-3 settimane, purché il movimento sia limitato.
Le fasciature, temporanee in attesa dell’intervento o definitive, vanno applicate con la regola, valida per tutti gli animali, che occorre immobilizzare l’articolazione prossimale e distale al sito di frattura. Occorre controllare regolarmente che la parte distale dell’arto non si gonfi, nel qual caso la fasciatura va rimossa e applicata stringendo meno.
Un’ottima trattazione delle fratture, comprensiva di immagini dettagliate su come effettuare le fasciature, si può trovare qui.
La gestione delle fratture omerali richiede un’attenzione particolare rispetto alle ossa più distali dell’ala, poiché l’omero è un osso pneumatico strettamente connesso al sistema dei sacchi aerei e circondato da una massa muscolare importante. Una stabilizzazione errata non solo preclude il ritorno al volo, ma può compromettere seriamente la ventilazione del paziente. Per una frattura dell’omero, il solo bendaggio a “otto” è insufficiente. Mentre questo bendaggio stabilizza efficacemente il carpo e l’avambraccio, non è in grado di immobilizzare il moncone prossimale dell’omero. La tecnica d’elezione prevede quindi l’associazione del bendaggio a “otto” con un bendaggio compressivo al corpo.

Bendaggio a 8
Si inizia applicando il bendaggio a “otto” mantenendo l’ala in una posizione anatomica naturale. Il nastro o la benda coesiva (tipo Vetrap) deve passare sopra il carpo, scendere sotto l’avambraccio e risalire dietro il gomito, incrociandosi sul lato dorsale. Una volta stabilizzata la parte distale, si procede al fissaggio dell’intera ala contro il fianco del colombo. La benda deve passare attorno al corpo, includendo l’ala colpita ma lasciando libera l’ala sana per permettere piccoli movimenti di equilibrio. È cruciale che il bendaggio non sia eccessivamente stretto per non ostacolare la respirazione.
La gestione conservativa delle fratture omerali può essere complicata dalla contrattura del propatagio (la membrana dell’ala che va dalla spalla al polso). Se l’ala rimane immobilizzata troppo a lungo in una posizione flessa, il legamento propatagiale (contenuto nel propatagio) perde elasticità, rendendo impossibile la completa estensione dell’ala necessaria per il volo. Pertanto si deve evitare di mantenere l’immobilizzazione totale per più di 7-10 giorni senza eseguire sessioni di fisioterapia passiva sotto sedazione o analgesia profonda. Inoltre, essendo l’omero un osso pneumatico, una frattura esposta o comminuta può diventare una via d’accesso per agenti patogeni verso il sacco aereo clavicolare, trasformando una lesione ortopedica in una grave infezione respiratoria sistemica che richiede una terapia antibiotica aggressiva e mirata.
Tempi di guarigione
I columbiformi sono caratterizzati da un rapido metabolismo, che si riflette anche nella velocità di guarigione delle fratture con tempi sensibilmente più brevi rispetto a quelli dei mammiferi di pari taglia.
Nidiacei e giovani
Nei nidiacei (0-4 settimane), l’attività osteoblastica è massima per sostenere la crescita longitudinale delle ossa lunghe. In questa fase, la formazione del callo fibrocartilagineo può avvenire in soli 2-4 giorni. La stabilità clinica, ovvero il momento in cui i monconi non mostrano più mobilità reciproca alla palpazione, si raggiunge solitamente tra i 7 e i 10 giorni. Entro la terza settimana, il callo osseo è spesso già radiograficamente opaco e inizia la fase di rimodellamento. In questi soggetti, un’immobilizzazione prolungata oltre i 10 giorni è spesso controproducente, poiché il rischio di anchilosi articolare o deviazioni assiali dovute alla crescita rapidissima supera i benefici della stabilizzazione.
Sub-adulto e adulto
Nei soggetti giovani che hanno già completato lo svezzamento (1-6 mesi), i tempi si dilatano leggermente. La formazione di un callo osseo duro, in grado di sopportare le sollecitazioni meccaniche del volo, richiede mediamente dai 14 ai 21 giorni. In questa fascia d’età, la gestione nutrizionale è determinante: una carenza di calcio o vitamina D3 può estendere i tempi di guarigione o portare alla formazione di un callo esuberante ma strutturalmente debole.
Per i colombi adulti, la fase di ematoma e infiammazione dura circa 24-48 ore, seguita dalla deposizione di osteoide. Il callo osseo primario è generalmente visibile radiograficamente tra i 21 e i 28 giorni post-trauma. Il completamento del rimodellamento osseo, che permette la restitutio ad integrum della densità corticale, può richiedere dai 2 ai 4 mesi. Tuttavia, spesso è possibile la ripresa del volo limitato già dopo 5-6 settimane, purché la ricalcificazione sia giudicata sufficiente.
Protocolli di analgesia e anestesia
Il controllo del dolore è cruciale per il recupero funzionale. La letteratura scientifica recente ha dimostrato che i dosaggi di meloxicam precedentemente utilizzati (0,5 mg/kg) risultano spesso inefficaci nei colombi. Il dosaggio raccomandato è ora di 2,0 mg/kg per via orale o intramuscolare ogni 12 ore. Tra gli oppioidi, il butorfanolo alla dose di 1-2 mg/kg IM fornisce un’ottima copertura per procedure dolorose brevi.
L’anestesia generale si esegue preferibilmente con l’induzione tramite maschera e mantenimento con isoflurano (2-3%) in ossigeno. È necessario il monitoraggio della temperatura corporea e dell’attività respiratoria, data l’elevata sensibilità degli uccelli alla depressione respiratoria indotta dagli anestetici volatili. L’intubazione orotracheale è facile in quanto la glottide è immediatamente visibile dietro la base della lingua. Si utilizzano tubi non cuffiati (tubi ci Cole), poiché gli anelli tracheali sono completi. Procedure brevi possono essere effettuate con una mascherina di piccole dimensioni, ma è importante che l’animale sia a digiuno da cibo e acqua (con il gozzo vuoto) per evitare una possibile aspirazione di materiale alimentare.
Particolare attenzione va posta alla prevenzione dell’ipotermia, sia durante l’anestesia che nella fase di risveglio.
Considerazioni etiche
Un colombo che non può recuperare la piena capacità di volo non può essere rilasciato in natura. In questi casi, la chirurgia e le terapie devono essere finalizzate o al reinserimento in santuari protetti o all’adozione come pet. Se la qualità della vita non sarà adeguata o non vi sono speranze di guarigione, si deve ricorrere all’eutanasia effettuata in anestesia profonda. Tuttavia, un volontario dedicato può garantire una buona qualità di vita anche a piccioni con seri handicap, persino a soggetti ciechi.
